Recentemente (04 03 2005), in una delle mie frequenti camminate attraverso le Valli del Natisone alla ricerca di immagini da pubblicare su questo sito, e questa volta era il turno della vecchia chiesa di San Nicolò (anno 1370) sita nei pressi di Pegliano, mi sono imbattuto in qualcosa che mi ha fatto riflettere profondamente. Chi ha già visitato questo sito avrà percepito il mio attaccamento a queste valli, alle nostre tradizioni, alla nostra lingua. Tutto questo, a torto o a ragione, comporta anche una chiusura verso quello che proviene dall'esterno, in quanto potrebbe "inquinare" la nostra identità. Da oltre un secolo le cose fatte in questo senso, talvolta anche con la nostra compiacenza, sono state molteplici e non mi soffermerò ora a narrarle. Quando qui muore un vecchio dico:" Siamo uno in meno, è morta una parte delle nostre valli". Il ricambio talvolta proviene dall'esterno, e non fa neppure parte di quelle famiglie che molto tempo fa hanno dovuto abbandonarci per cercare fortuna altrove. Allora ho la sensazione di essere colonizzato, di diventare estraneo a casa mia. 

Nel mio girovagare, mi reco spesso a Clastra.  Ricordo benissimo l'ultima volta che ci andai. Da quel paese si apre alla vista uno stupendo squarcio sulla pianura friulana; si può osservare in lontananza la grotta di San Giovanni d'Antro, incastonata come una gemma nella parete rocciosa della montagna; oppure il monte Matajur, dal quale soffia una brezza che disturba un pò, ma che riempie di ossigeno i polmoni. Quella brezza, così impertinente con le sue folate improvvise,  quel giorno riusciva  persino ad affievolire il suono delle campane che proveniva  dal santuario della Madonna di Castelmonte. Quanta bellezza attorno a me, pensai! Entrai nel paese;  notai che era stato rinnovato. Qualcuno mi disse:" E' gente che viene da fuori... ". Mi si strinse  il cuore, ma mi soffermai ad osservare tanta bellezza. Al ritorno, la brezza era cessata e l'aria non era più la stessa. Uno strano odore disturbava le mie narici. Sapevo di cosa si trattava e pensai: "Questo l'abbiamo creato noi!".  Forse, a suo tempo, ci sarebbe voluta da parte dell'Amministratore una maggiore attenzione all'ambiente,  facendo allontanare ulteriormente dal paese la fonte inquinante, così entrambe le cose avrebbero potuto coesistere .

 

E' proprio mentre risalgo la montagna, arrampicandomi  lungo le sponde di un torrente, che il ricordo di Clastra mi torna alla mente con tutta la sua forza distruttiva e lacerante  per chi, come me, vorrebbe che le valli venissero rinnovate dalla nostra gente. La gioia di aver trovato i ruderi della chiesetta di San Nicolò è stata subito affievolita dalla rabbia di vederla sepolta da alberi e sterpaglie. Scatto qualche foto, mi soffermo un poco cercando di immaginare la chiesa intatta, ma quegli arbusti mi confondono le idee. Decido di consolarmi andando alla ricerca di un vecchio mulino ad acqua che dovrebbe trovarsi sempre nei pressi di Pegliano. Qui c'è un torrente stupendo, il Tarčenščak,  e nel  suo ripido corso verso valle ha eroso la montagna creando delle gole talvolta inaccessibili.  Mi accorgo di questo osservando sul terreno il manto di foglie intatto. "Qui non passano neppure i cinghiali", dico tra me e me. Gli enormi faggi che costeggiano il torrente hanno ricoperto con uno strato consistente di fogliame il terreno per cui si scivola in continuazione. Questo luogo è di una bellezza dolce e selvaggia. Vorrei fermarmi ad osservare questi alberi, che si elevano alti nel cielo, uno ad uno. Ciascuno ha una sua particolarità:

c'è quello talmente tondo e dritto da sembrare essere creato da un ingegnere, e quello con la base gonfia e nodosa, con le radici affioranti dal terreno che assomigliano alle zampe di un millepiedi, che parrebbe avere bisogno delle cure di un medico. Eppure tutti sono piantati lì, saldamente, da decenni; quel luogo così impervio li ha tenuti al riparo dall'uomo. Proseguo con molta fatica e finalmente trovo i resti di un vecchio mulino. Parte dei suoi  muri sono intatti, mentre manca completamente il tetto. All'interno, adagiate sul terreno, ci sono le due grosse macine in pietra. Non c'è traccia della grande ruota in legno che veniva fatta girare dall'acqua,  mentre si nota ancora la trave orizzontale, che fuoriesce da una  parete, sulla quale la ruota era fissata. Osservo con attenzione. Cerco di immaginare il mulino in movimento e contemporaneamente di valutare il costo di un eventuale restauro, anche parziale, di quest'opera. Basterebbe rifare la copertura, sistemare i muri con le pietre che sono sparse tutt'attorno e poi ammirare la grande ruota che gira  sotto lo scroscio d'acqua. Alla fine tiro le somme: qualche giorno di lavoro di poche  persone, se di buona volontà; un'eternità, se seguiamo le strade della burocrazia. Meno ancora ci vorrebbe per eliminare quel bosco  all'interno della chiesa, per arrestare quel degrado che rischia di aggiungere altre macerie a quelle già esistenti. I sentieri per congiungere i due luoghi, e che ci porterebbero indietro nella storia, la nostra storia, ci sono già. La natura metterebbe il resto! Potremmo orgogliosamente dire:" Questa era roba nostra, ed ora ce la siamo ripresa"  

E' tra questi pensieri che abbandono il mulino, osservando questo bosco stupendo e ripromettendomi di tornare a catturare i colori dell'autunno. Fatti pochi metri mi imbatto in una visione desolante.  "E' questa, purtroppo, la nostra roba!" dico a malincuore. 

E' possibile che nessuno si sia mai accorto di questo? Che nessuno ci faccia notare la nostra trascuratezza, la nostra indifferenza? E gli amministratori, dove stanno? Alla fine mi rassegno e dico: "Se sono diventati questi i segni della nostra cultura, ben venga il barbaro ad annientarci!"  

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